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lunedì 18 dicembre 2017

PAROLE MILONGUERE — il Blog di Maria Caruso

Maria Caruso

MARIA CARUSO - “Una vita da vivere” è il primo libro che ha scritto dopo aver visto il primo cielo a San Felipe in Venezuela ed aver fatto il primo ocho atràs a Pisa. E' in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga. Su Facebook è Marina de Caro

Le parole nel tango argentino

di Maria Caruso - domenica 26 marzo 2017 ore 08:05

Sono in una delle mie milongas preferite, in una occasione particolare, quella della Jornada De La Memoria Argentina che si celebra per mantenere vivo il ricordo degli oltre 30.000 “desaparecidos” vittime della dittatura militare che tra il 1976 e il 1983 fece calare le tenebre sul paese. Ci sono affinché nunca màs, cali l’attenzione da parte del popolo Argentino, non per sete di vendetta ma solo per dare il legittimo valore ai diritti umani e più in generale alla giustizia di tutte le nazioni. 

Dopo una mirada fatta a regola d’arte il cavaliere da me prescelto m’invita a ballare per una tanda. Mi perdo tra le sue braccia e provo una sensazione meravigliosa ma ahimè, alla fine delle note musicali, la magia svanisce e tutto ritorna alla normalità, del cercare con lo sguardo, qualcuno con cui ballare nuovamente. Nel bel mezzo della cortina mentre sorseggio un po’ d’acqua e mi sistemo i capelli, ripenso all’ultima tanda. 

Cerco l’uomo dei miei sogni con lo sguardo ma di lui non c’è traccia. Si è letteralmente volatilizzato e adesso nella mente lo considero un “desaparecido”. Con quel “ballerino” ero riuscita a scorgere oltre la finestra del cuore. Durante le movenze classiche della danza, la nostra confidenza era cresciuta al punto da riuscire ad ascoltare appieno il suo racconto coinvolgendomi profondamente. 

Beh tutto passa, così, accetto l’invito di un altro tanguero ma mi accorgo d’un tratto che la finestra, dalla quale mi ero affacciata prima non esiste in realtà, poiché quanto mi era stato trasmesso, era solo frutto del vivere e del sentire di quel tanguero. La mia mente “fissa” a quel trascorso, mi fa fare alcune considerazioni: Con quest’uomo non ho scambiato nemmeno il rumore di una parola. Eppure se avessimo parlato, avremmo potuto esprimere un’idea, quale fosse una piccola Luce, in mezzo al buio. 

E’ vero che abbiamo comunicato senza l’uso della parola poiché in pratica i nostri corpi si erano detti tutto, in quella manciata dei quattro minuti dei brani musicali, ma se solo avessimo usato la voce, avremmo avuto la possibilità di scambiarci degli stimoli e di raccontare qualcosa di noi, ma non siamo noi, gli attori di questo incontro, poiché in realtà, è il Tango a esserlo. Esso, infatti, è l’unico vero protagonista poiché difatti ci narra la sua storia attraverso l’uso delle parole cantate nei brani e noi tangueri ne cogliamo il senso, interpretando appieno, il significato delle stesse. 

Le frasi del Tango Argentino ci toccano fino a mozzarci il respiro consentendoci di perderci in un abbraccio intimo, intenso, talmente profondo da conquistare il cuore che ascolta. Le singole sillabe ci afferrano per mano e ci portano in pista per farci vedere quel che succede o quel che è successo, poiché esprimono temi forti di vita passata, mai come adesso presente. 

Mentre mi abbandonavo in quella tanda, con il sudore che mi bagnava il viso, mescolato a risa e a lacrime, per il mio stato d’animo, non l’uomo, ma il Tango mi raccontava la sua storia, il suo vissuto, il suo sentire lontano, ma ancora pieno e denso, poiché il ricordo vero, presunto o immaginato, prese forma nei miei passi tangueri. La strada percorsa nel perimetro della milonga recitava la vita di un tempo andato ma ricordato, diventando l’oggi, con il quale confrontarmi. 

L’attenzione si fece più acuta quando esse, senza riuscire a fermarle, raccontarono ai nostri giorni ciò che ci era scivolato addosso. Abbiamo ballato con passione le parole ascoltate, per dare sfogo alla nostra illusione di portare il tempo avanti o indietro, poiché era quella la nostra idea. Tutto ciò che avremmo voluto e che non abbiamo avuto, divenne possibile, sentendo lo scandire delle sillabe, poiché proiettavano un nostro desiderio struggente e la speranza di un domani migliore, consentendoci di sognare ancora, in quel momento, dentro a quell’abbraccio, quale fosse un bambino impaurito stretto dalla madre.

I termini usati dai cantanti ci fanno sentire meno soli e meno al buio, aiutandoci a sopportare quel dolore mai sopito, mai dimenticato, mai completamente allontanato, ma ahimè, abbiamo ballato con la Vita mentre la Morte restava a guardare. Le parole nel Tango ci ricordano, come fossero impronte di vicende ed esperienze complesse del passato, ciò che era stato conservato nella memoria ma insistentemente rievocato dalla nostra mente quando una nota musicale ne diviene lo stimolo. 

Per associazioni di idee la mia mente vaga sul significato del ricordo come l’impronta di una o più vicende fissate nella coscienza ma onorate dalla memoria più o meno intensamente, ogni qualvolta ne sentiamo la necessità, affinché il sussurro delle persone che non vediamo più, diventi un ricordo sereno velato, coperto capace di eliminare soprattutto ciò che ci fa più male. Del mio ballerino non vi è più traccia ma il Tango aiuta anche in questo, lambisce cioè le ferite e allevia il cuore, dai pesi maggiormente portati, volando al di sopra della realtà, Ad ogni modo egli, rimarrà nella mia memoria come evento nostalgico, non doloroso, semmai ricordato, con un sorriso tra le labbra, lievemente triste.

Maria Caruso

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