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martedì 21 novembre 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

SPIRALI Dal carteggio Celati, Fimini e ritorno

di Marco Celati - lunedì 13 novembre 2017 ore 16:05

Caro Ubaldo,

da lontano mi giungono tue notizie, come va con l’udito? E la gamba? A casa tutto bene, spero. Sai, ripensavo a ciò che mi hai scritto nell’ultima tua, a proposito del passato. Il passato, mi dici, è per te motivo di soddisfazione. Ti ci trovi bene, non inganna, mette in chiaro le cose come stanno. Naturalmente per un animo e un intelletto predisposti e non dubito che queste doti ti appartengano. Te lo dico senza piaggeria, mi conosci. E alla Piaggio non c’ho mai lavorato, come fece mio padre per tutta la vita. Scherzi a parte, mi fa piacere per te. Comunque allora, in effetti, ci si andava in pensione alla Piaggio e le madri, lo sai meglio di me, dicevano alle figliole, fidanzate con un piaggista, un operaio: piglialo, piglialo, va alla Piaggio. Oggi non è più così, per i nostri figli o figlie. Non è più così nemmeno per gli operai. E questo sembrerebbe dirci che il passato era meglio di oggi. Che si stava meglio, quando si stava peggio. E addirittura, che “tanto peggio, tanto meglio”, come diceva il compagno Trotsky, almeno finché Stalin non lo fece prendere a picconate, esule, in Messico. E c’aveva già provato anche il pittore Siqueiros. Tempo di rivoluzioni.

A proposito, sai cosa mi viene in mente, chissà perché? “Stoiki mugik” che in russo vuol dire “uomo tutto d’un pezzo”, stoico, una frase pronunciata nel film di Spielberg, “Il ponte delle spie”. Non ti rivelo a proposito di cosa, per non spoilerare la trama come dicono i giovani nel loro dannato linguaggio informatico. Insomma, per non raccontarti, a merda, come va a finire. Così magari te lo vedi, se non l’hai già visto. È un bel film, ambientato ai tempi della guerra fredda, quando noi eravamo bambini. Gira intorno a quella frase. Che è così piena di dignità e fierezza di sé, commovente, da qualunque parte si stia, in questo mondo ancora così feroce, bellicoso e insensibile.

“Laudator temporis acti”, a proposito di qualche tempo fa, fu un compito che ci dette la professoressa di lettere. Era Orazio, l’Ars poetica, se non ricordo male, e allora noi si sapeva una sega. Che palle fu quel tema da svolgere: ma che ci fregava a noi del pericolo di divenire lodatori del tempo passato! Non mi ricordo più nemmeno quanti anni avevamo, ma erano pochi. Sufficientemente pochi per farci scrivere e pensare che, sì, era vero, il padre Orazio diceva bene, accidenti anche a lui, ma noi l’avremmo evitato il rimpianto del passato e per ora, in quel presente, che ci lasciassero la nostra gioventù e il nostro futuro, senza romperci tanto i coglioni. Maledetti parrucconi e conservatori. Tutti i giovani sono irresistibili, non sarebbero giovani se non fossero irresistibili. Così irresistibili e così bischeri! E tutti lo siamo stati, c’è poco da fare.

Insomma hai capito dove voglio andare a parare. Non è il tuo caso, perché te non lo rimpiangi né lo esalti, il passato. Lo metti nelle tue storie, come si conviene ad un professore laureato e a uno scrittore. Come si deve. Però mi scrivi che il passato a volte vale più del presente e del futuro, messi insieme. Ecco, questo caro Ubaldo, “cinghiale” per gli amici, non lo so se francamente sia vero. E, guarda, non ti so spiegare nemmeno perché. E più a sensazione che lo dico. Sai cosa credo sia vero? Che se non si conosce il passato, non ci si fa i conti. E il guaio non è solo, come dicono tutti, che si può ripetere. Il pericolo ancora più grave è che non ci decidiamo mai a staccare la spina. Lo trasciniamo nel presente che dilatiamo più che si può. Sai la teoria dell’eterno presente? Un po’ come quegli uomini immaturi che da vecchi sposano il giovanilismo, pur di non considerare la loro effettiva età. E, così facendo, mangiano l’uovo in culo alla gallina e rubano il futuro ai loro figli e nipoti. Allora penso che tu abbia ragione a volerlo rivangare il passato, così da riconoscerlo e prenderci le giuste distanze. Solo così ce lo mettiamo alle spalle. Se no nel passato non ci sarebbe futuro.

Sono giunto a questa età che sai e non so quanto presente avrò ancora. Poco o troppo, non saprei. Speriamo il giusto. Tocchiamoci. Più che altro penso che questo cazzo di futuro abbia da veni’, magari non come dicevano per Baffone che, meno male, non è venuto, con buona pace del vecchio compagno stalinista Borciani. E, perché venga, qualcuno lo deve costruire, il futuro, e prenderci dimestichezza. Come succede per l’amore. O come dovrebbe.

E l’amore c’entra sempre qualcosa nelle cose e nella vita. In questo caso, l’amore per i figli e le figlie che stanno in questo presente scomodo e vanno nel mondo incerto, incerti loro stessi, immemori, spaventati e fiduciosi. Che non abbiano ad esserne del tutto delusi, come, forse, lo sono di noi. Come forse noi.

Riecco il rimpianto e la nostalgia che fanno capolino! Non ci fare caso, è la mia indole malinconica. Che vuol dire che sono parecchio palloso. Tanto da chiudere in tempo questa lettera, con il suo mucchio di stronzate, prima che sia troppo tardi. Solo un’ultima cosa, ancora a proposito del passato. Penso che Vico con quella storia dei corsi e dei ricorsi, che non avevo mai capito bene come funzionava e sembrava una segata, invece avesse ragione. La storia indietro non va o forse quello è solo il tempo? Comunque sembra non procedere in linea retta, sempre in avanti, su un piano cronologico lineare. Capace, invece, si svolge a spirale, come una scala elicoidale o, meglio, come una molla che a volte si dilata e a volte si comprime. E ad ogni compressione corrisponde una dilatazione, probabilmente uguale e di segno contrario. Come in fisica. E viceversa. La storia va avanti sì, ma a spirali che tornano su se stesse, girando sopra le altre spirali. Così sembra che tutto o almeno certe fasi, svolgendosi, si ripropongano, anche se su un piano più avanzato. Potrebbe essere così, questo spiegherebbe tante cose, non credi? Allora, oggi, dopo tutta questa compressione, ci vorrebbe una bella spinta in avanti che ci proietti in questo secolo futuro, nel progresso e nello spazio. I giovani. Io penso più all’ospizio.

Ma, insomma, questa cena, quand’è che la facciamo? Prometto che non lagnerò, da ex cattolico, che è l’ultima. Dai, facciamo in modo che questo dipenda anche da noi.

Stammi bene.

Marco

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Caro Marco,

Tutto bene qui in collina, grazie. Piuttosto, a proposito della tua ultima, se fossi ancora un pro fesso re, ti darei un votaccio per la lettura affrettata del testo! O dove l’hai trovata questa affermazione?“… però mi scrivi che il passato a volte vale più del presente e del futuro, messi insieme”. Io ho detto che: “riserva più sorprese il passato, del presente e del futuro messi insieme”.

Non esprimo un giudizio di valore, dico che può sorprendere più del presente-futuro, sia che ci si trovino i corsi-ricorsi, sia che si scoprano cose nuove. Il passato essendo ovviamente mutolino, va interrogato e non sempre risponde, anzi son più le volte che tace, e anche quando risponde bisogna fidarsi il giusto. Il passato mi piace perché è fisso, messo lì, depositato dal tempo, che ha altro da fare; non lo si può modificare, almeno finché non si inventa la macchina per viaggiar negli anni in retromarcia. Pensa te che il passato sfugge anche alla relatività dell’Albert che faceva le linguacce.

È un campo di ricerca

e a me, lo sai,

dagli asparagi in poi,

il ricercar mi è dolce

in questo mare.

E poi accade che l’oggi, domani, diventa ieri, mentre l’ieri, domani, al massimo diventa l’altro ieri, ma rimane passato, non cambia e si allontana solo un po’ di più.

Ma questi son tutti discorsi accademici (o del cazzo se preferisci) perché l’unico tempo vero è quello presente e per di più istantaneo: quando io ho letto la tua e quando tu leggerai la mia, sono e saranno cambiate parecchie cose. Io in questo momento credo di parlare a te, ma già questo non è vero. Non solo non ci si bagna due volte nello stesso fiume, ma non si legge due volte nemmeno la stessa lettera e se la si scrive due volte, non è mai la stessa.

Quello invece che non sopporto è l’attuale fobia del passato che pervade alcuni nostri coetanei che fanno bucati pubblici delle loro biancherie giovanili; strofinano col sapone giallo, anche le mutande Cagi d’un tempo, quelle con l’aperturina frontale, ricordi? Rinnegano tutto, quasi fossero stati nelle BR o nella banda della Magliana.

Io credo che siamo stati e siamo (siamo al congiuntivo, s’intende) tuttora figli dei tempi. Le cose cambiano e noi con esse, e per fortuna.

Per questo non mi voglio liberare del passato, non mi pesa, anzi mi serve a capire meglio il presente. Un grande del ‘900, March Bloch, capofila insieme a Lucien Febvre della scuola degli Annales francesi, scrisse tante belle cose prima di essere torturato e fucilato dai tedeschi (tanto per fa’ una scappatina all’indietro). Fra le sue opere c’è Apologia della storia, che, fammi fa’ er professorino, se non hai già letto, rimedia subito. In questo testo si ragiona spesso del contributo reciproco che presente e passato possono scambiarsi per comprendersi meglio, appunto reciprocamente.

Mi pace molto il titolo che hai dato a questa corrispondenza con i riferimenti alla dimensione spiraloide della storia e del tempo, che appunto pare ritornare su se stesso, ma non lo fa, come d’altronde la spirale. E poi nella spirale dell’ottimo Leonardo del Fibonacci, ci sta racchiuso il segreto della sezione aurea, che dopo aver fatto da base a diversi manu-fatti, dal Partenone in poi, ha fatto capolino in diversi natur-fatti, come i girasoli, la conchiglia del Nautilus, a dimostrare che la matematica sta nelle cose oltre che nei libri.

Pensa te ai giochi curiosi fra passato e presente: la sezione aurea era conosciuta fin dagli Egizi, poi Fibonacci la scopre intorno al 1200 nella famosa sequenza numerica, ma solo nei tempi moderni con gli strumenti più precisi la si trova in natura, là dove stava nascostamente evidente, ancor prima che gli Egizi la inventassero.

Ecco forse il tempo a spirale è il modello che potremmo assumere come riferimento in questo dialogo sui sistemi minimi, (siamo solo in due).

Passando a cose più pedestri, l’olio novo è bono esagerato, quindi ti aspetto per l’assaggio.

Il tuo amico, parecchio stracco per la raccolta dei frutticini dell’albero di Atena (e ridai col passato).

Ubaldo

Pontedera, Novembre 2017

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Prosegue dunque il carteggio con l’amico professore e scrittore Ubaldo Fimini. Nella foto, scala a doppia spirale elicoidale di Giuseppe Momo, 1932, Musei Vaticani.

Marco Celati

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