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lunedì 18 dicembre 2017

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: Domani

di Libero Venturi - domenica 29 ottobre 2017 ore 08:00

Chissà cos’è il domani e, soprattutto, chissà cosa ci riserva. Ma poi, oggi come oggi, siamo proprio sicuri che esista il domani? O sia così necessario? Si dice, non a caso, meglio un uovo oggi che una gallina domani oppure non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. E così via alimentando il nostro scetticismo pro futuro. Viviamo in un Paese e in un secolo a cavallo tra passato e futuro: con il passato non abbiamo fatto i conti, del futuro non abbiamo dimestichezza e tentiamo vanamente di dilatare il presente. Dunque ci resta il fardello importante e pesante di ciò che è stato ieri e ci condanniamo ad un oggi senza fine. Un eterno presente. E così il domani non fu.

“Dùm loquimùr, fùgerit ìnvida/ aètas: càrpe dièm, quàm minimùm crèdula pòstero”, scrive Orazio nelle “Odi”. E chi non ha visto il film “L’attimo fuggente”? Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo invidioso: cogli il giorno, affida al domani meno che puoi. Grande Orazio! Anche se da studente chi non ha pensato, almeno una volta, Orazio che strazio?! Il poeta latino esprime un epicureismo politicamente corretto: non è tanto il piacere per il piacere fine a sé stesso, quanto la privazione delle illusioni e delle disillusioni. Non c’è compiacimento gaudente, piuttosto un fondo di pessimismo su ciò che sarà, che sortiranno i dadi o gli dei beffardi e invidiosi per la nostra vita, che ce lo rende per sempre caro. Ai giovani piace, strazio per le traduzioni a parte. E pure a me, ormai da tempo diversamente giovane e non più dedito alle traduzioni. Anche se, confesso, quel “minimum credula postero” non mi è mai andato giù del tutto. Il “carpe diem” va più che bene. Ma non si potrebbe cogliere l’oggi, proprio come ricetta per credere anche nel futuro? A farcela bisognerebbe cogliere il giorno anche per tutti gli altri giorni. Insomma, per dirla con una battuta, l’attimo si può cogliere oggi e pure domani, che magari è più maturo. E non per essere pigri o rimandatari, temo piuttosto che vivere alla giornata e basta, oggi vada meglio per noi vecchi che per i giovani, i quali hanno bisogno di vivere sì il loro momento, ma anche di impossessarsi del futuro che gli spetta e che altrimenti non gli tocca. Strapparcelo quasi, strapparlo a questo presente così estenuante e cominciare a frequentarlo, il futuro.

Oggi ci sono i NEET "not (engaged) in education, employment or training", un acronimo inglese per dire, anche in italiano, che ci sono giovani non impegnati nello studio, nel lavoro e nemmeno nella formazione. Insomma non fanno più un cazzo niente di niente, hanno smesso di guardare al futuro. E non sono pochi. Nel 2016 in Italia, l’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, stima che i NEET siano oltre un terzo dei giovani tra i 20 e i 24 anni. E il dato dicono stia crescendo. Il peggior disastro generazionale ed esistenziale: il domani negato e rifiutato. Per fortuna, intanto, la giovane promessa Bernardeschi, il talentuoso calciatore carrarino, è stato ceduto dalla Fiorentina alla Juventus per la modica cifra di 40 milioni di euro! Spiccioli, se si pensa alle valutazioni di Neymar, grande giocatore, nonché evasore fiscale, come altre divinità del calcio. Sono contento, lo dico anche a nome di mio fratello, come me tifoso viola. Ma forse anche a nome dell’altro nostro fratello, tifoso juventino. La speranza di un mondo migliore va sempre condivisa, specialmente tra fratelli.

Ai fratelli, nel Vangelo secondo Matteo, Gesù Cristo dice “Non affannatevi dunque per il domani. Perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta il suo affanno”. Bellissimo! C’è il pessimismo esistenziale e, nello stesso tempo, l’ottimismo della volontà dei credenti riguardo all’oggi e al domani che sarà. Mi pare che spesso il passo evangelico venga letto agli sposi, i quali della Provvidenza, che nutre gli uccelli dell’aria e cresce i gigli dei campi, hanno bisogno per affrontare, in comunione, l’incerto futuro e l’affanno che ogni giorno può portare. Lo dico, non senza incoerenza, da non più sposato e non più credente.

“Domani, e domani, e domani, scivola a piccoli passi, giorno per giorno, fino all’ultima sillaba del tempo prescritto, e tutti i nostri ieri hanno rischiarato, folli, la via alla morte polverosa. Spengiti, spengiti, breve candela! La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia sulla scena, per un’ora, e poi non si ascolta più: una favola, raccontata da un idiota, piena di rumore e di furia, che non ha senso alcuno”. William Shakespeare, MacBeth. Il nobile scozzese, ossessionato e corrotto dalla bramosia del potere, nonché dall’ansia del futuro, istigato dalle streghe, sua moglie compresa, commette regicidio, diviene re di Scozia, dopodiché tutto finisce in tragedia. Attore e vittima del proprio tragico domani. La nostra candela già è breve e spesso brucia da due parti. La favola, da idioti, ce la raccontiamo male. E allora, addio domani!

Eugenio Montale in “Ossi di Seppia” scrive: “Noi non sappiamo quale sortiremo/ domani, oscuro o lieto;/ forse il nostro cammino/ a non tócche radure ci addurrà/ dove mormori eterna l'acqua di giovinezza;/ o sarà forse un discendere/ fino al vallo estremo,/ nel buio, perso il ricordo del mattino”. Saranno “le sillabe che rechiamo con noi, api ronzanti”, saranno “le parole senza rumore… nutrite di stanchezza e di silenzi” che ci salveranno. La poesia ci salverà o forse ci dirà solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Che era già tanto saperlo ieri. Che è già tanto saperlo, oggi. E lo sarà anche domani.

Rossella: So solo che ti amo

Rhett: Questa è la tua disgrazia

Rosella: Aspetta, Rhett...Rhett...Se te ne vai, che sarà di me, che farò?

Rhett: Francamente, me ne infischio

Rossella: Tara, a casa...a casa mia! E troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno!

Rosella O 'Hara e Rhett Butler, scena finale di "Via col vento", indimenticabile filmone e polpettone americano. Confesso che, più della celebre ed abusata frase finale della smorfiosa Vivien Leigh, “domani è un altro giorno”, a me è sempre piaciuto l’ineffabile “francamente me ne infischio” di Clark Gable. E vaffanculo!

Le parole di Rossella riecheggiano nella canzone di Ornella Vanoni. “E non c’è niente di più triste/ in giornate come queste/ che ricordare la felicità!/ Sapendo già che è inutile ripetere, chissà,/ domani è un altro giorno,/ si vedrà”. La speranza del domani vira in tristezza. Si vedrà, casomai.

“Van le troie illuminando,/ il cammino sgangherato/ del sergente innamorato/ che di notte se ne va/ che di notte che di notte/ tutti i gatti sono grigi/ tutti i cani sono neri/ non è ancora già domani/ ma non è nemmeno ieri”. Francesco De Gregori, “Bélle epoque”. Le epoche belle, come le anime belle, vivono la transizione tra passato e futuro o con troppo entusiasmo per il presente o con il senso della disgrazia imminente del suo futuro. In effetti la storia in proposito ha dato ampia prova ed esperienza. Così non è più ieri e non ancora domani. È finita l’età dei lumi, l’epoca moderna, e oggi viviamo, con nostalgia e senso latino della malinconia, l’ingresso incerto nell’epoca contemporanea, irrazionale e barbara ai nostri occhi, velati da senili cataratte. Non lo dico io, lo dice meglio Eugenio Scalfari in “Per l’alto mare aperto”. Ma forse, come Scalfari sostiene, non sarà così, i tempi nuovi non sono necessariamente barbari e si tratta di passare il testimone dell’oggi al domani che corre. Speriamo che corra bene, magari anche meglio. Il secolo scorso è stato latore di progresso e di cose terribili. Ma tra il progresso e le cose terribili non c’è una corrispondenza obbligata, anzi. Si tratterebbe di lavorarci.

Concludendo, ignoriamo cosa ci aspetta: facciamo i conti con la vita e non tornano mai. Non sappiamo bene cos’è e cosa sarà il domani. Se non che il domani dovrebbe avere qualcosa a che fare con il futuro, che andrebbe costruito oggi, guardando avanti, oltre questo presente. Quanto al futuro, apprezzo chi lo frequenta, ma anche chi lo cresce, lo coltiva e "ho rispetto per chi pianta un albero e non godrà della sua ombra". Grande rispetto. E quanto al domani, bisogna evitare che sia come era scritto su quel carretto: “Si presta domani”, cioè mai.

Libero Venturi

Pontedera, 29 Ottobre 2017

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“Ho rispetto per chi pianta un albero e non godrà della sua ombra" è una frase presa in prestito dal film “Marigold Hotel”. 

Libero Venturi

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