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lunedì 18 dicembre 2017

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: morte, tasse e bicicletta

di Libero Venturi - domenica 11 giugno 2017 ore 08:00

La morte

Due cose sono certe e inesorabili nella vita: la morte e le tasse. La morte corporale, a cui nessun uomo vivente può sfuggire, secondo San Francesco è nostra sorella della quale occorre lodare il Signore perché ricongiunge il cristiano senza peccato a Lui, altissimo, onnipotente e buono. Per Totò la morte è una livella inesorabile e, a suo modo, equa. Per Pavese avrà i tuoi occhi e si tratterà di scendere, muti, in un gorgo. Ungaretti scrive che si sconta vivendo. E mi pare già tempo di saldi. Secondo Valerio Zurlini è la prima notte di quiete, da un verso di Goethe, perché finalmente si dorme senza sogni. E invece, a detta del Bardo inglese, com'è noto, morire consisterebbe nel dormire, ma forse proprio sognare e chissà quali sogni e che palle! Ma lasciamo perdere la morte, anche per scaramanzia, che comunque resta sempre un casino e un bel mistero, ma viene una volta sola nella vita. Concentriamoci piuttosto sulle tasse che, invece, durante la vita vengono ogni anno tra la primavera e l'estate, quando la natura rifiorisce e le giornate si allungano. Perché se le denunce dei redditi si dovessero presentare tra l'autunno e l'inverno sarebbero ancora più tristi e possibile causa di depressione tra la popolazione civile, specie quella che vive in ristrettezze, ma non solo.

Le tasse

Sgombriamo il campo dagli equivoci: pagare le tasse è un dovere civile, con esse lo Stato copre, o prova a farlo, le spese della scuola, della sanità, dello stato sociale -e anche un po' di quello asociale- nonché delle nostre pensioni, non certo d'oro. Almeno la mia. Ogni evasore, e in Italia ce ne sono parecchi, è "un pezzo di me", per cantargliela con Levante. Nel senso che toglie un pezzo di welfare ad ognuno di noi e sopratutto a chi le paga, le benedette tasse. Poi da qui a dire che le tasse, oltre che una cosa civilissima, sono anche una cosa bellissima come fece Padoa-Schioppa, che probabilmente se le poteva permettere, ce ne corre. In politica sarebbe bene non esagerare mai, pure quando si tratta di tecnici illustri ad essa gentilmente concessi. Anche in materia di tasse sarebbe auspicabile contenersi e, se si trattasse di pagare tutti per pagare meno, che Dio stramaledica e strafulmini i perfidi evasori e la Guardia di Finanza faccia il resto. Perché anche le tasse non sono meno incasinate e misteriose della morte. Né meno ansiogene. Nel senso che quando telefoniamo al Caaf o, i più abbienti, al commercialista si crea sempre un'aspettativa e un'apprensione che ci portiamo dietro fino a che, raccolte tutte le carte con le possibili e auspicabili detrazioni, le consegniamo e attendiamo con ansia che girino nelle macchine e ci diano il verdetto. Come quello della Sibilla Cumana: "Ibis redibis non morieris in bello", che secondo dove mettevi la virgola, prima o dopo il "non", eri salvo o te lo prendevi nel culo, con rispetto parlando. Quest'anno hai riscosso meno, ma devi pagare di più, perché qualche regola imperscrutabile è cambiata o per qualche ragione, altrettanto imperscrutabile, durante l'anno ti hanno applicato meno ritenute. Vallo a capire, tocca pagare. Perché lo Stato, non meno della Chiesa necessita di fede. Chiedi perché e te lo spiegano, ma in sostanza è come quando nostro Signore, risorto, disse all'incredulo San Tommaso, che ancora santo non era, anzi rischiò, ma poi lo divenne per meriti: Tommaso vuoi mettere le dita nel costato? -che, in effetti non doveva essere una cosa tanto piacevole- e mettile; hai visto? Ma io ti dico beati quelli che credono senza vedere. Più o meno così. E insomma, per dirla con il padre Dante, anche per le tasse "vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare". Amen.

La ragione del resto è bene che non pretenda troppo né troppo presuma di sé. Anche lei, poveraccia, ha i suoi limiti. E questi limiti e questo mistero hanno forse un nome. Cuneo fiscale. Che non è una cosa che vale solo per la laboriosa città piemontese di cui consiglio i "cuneesi", una specie tipica di cioccolatini per alcolisti. No, questa cosa vale in tutto il Paese, per tutti i lavoratori dipendenti. Significa che te costi una cifra al datore di lavoro, ma quello che percepisci è assai meno. E la differenza sono oneri riflessi che è una bella e poetica definizione per dire che ti trattengono soldi in busta per pagare previdenza, infortuni, tasse eccetera: tutte cose utili e doverose, per carità, ma che se vai alle sedi provinciali, regionali e nazionali di qualche istituto che le sovraintende, ti rendi conto che potrebbero costare anche un po' meno, accidenti a loro! E non so se mi rendo l'idea, diceva un saggio che non si capiva che idea volesse rendere a sé stesso, figuriamoci agli altri.

La bicicletta

Insomma per tornare a noi, sono in fila al Caaf della Cgil per la denuncia dei redditi. Al solito programmano male e ci sono ritardi, anche prolungati. Allora mi sorbisco le lamentele di un giovane lavoratore che si chiede perché versa al sindacato tre euro il mese e di due petulanti signore che commentano ad alta voce: come si fa ad andare bene con questi governanti incapaci e disonesti. Tutti quanti. Ad abundantiam. E siamo alla CGIL e saremmo anche al Governo, almeno una parte di noi! Se si era ai sindacati autonomi, bruciavano il tricolore. Scusate, divento sempre più insofferente alla gente e ai luoghi pubblici, non meno che alla cattiva politica. Anch'io è una mezz'ora che aspetto. C'ero già stato, ma mi mancava un cud, speditomi per mail ad un indirizzo di posta elettronica che non ho più e persosi per sempre nell'etere o chissaddove, forse nel limbo dell'informatica. Per questo sono dovuto tornare di sabato mattina e sono venuto in bicicletta che ho chiuso e lasciato davanti alla sede del Caaf, in zona Stazione.

Quando finalmente tutto si è compiuto e sono stato reso edotto del mio tributo, ho avuto l'amara sorpresa di apprendere che un altro tributo, niente affatto dovuto, ho invece dovuto lasciare sul campo: la mia bicicletta. Me l'hanno uccellata, ladri, bastardi, eccetera, eccetera! Sul manubrio c'era un fiocchino giallo fosforescente, ce l'avevano dato nella passata edizione di Bicincittà per il povero Regeni. L'ho trovato per terra. Come a dire: sì la tua bicicletta era proprio qui, inutile che la cerchi, ti s'è rubata, così impari a chiuderla senza legarla al palo a cui l'hai solo appoggiata, coglione! Era una bella bicicletta, una city bike, ruota ventotto, un sacco di moltipliche, era costata poco, ma la tenevo bene, come nuova, faceva figura. Forse ne faceva troppa.

Dice lascia perdere, Jack, è la Stazione, come a dire è Chinatown o il Bronx, sono gli immigrati. E così la voce che si è sparsa è che i senegalesi mi hanno rubato la bicicletta. E perché i senegalesi? Magari è stato un terrone, ha detto un altro, diversamente razzista.

Ai miei tempi i discorsi li portava via il vento e le biciclette i ponsacchini o i livornesi, a scelta. E anche i pisani, in piazza Stazione o all'Università, erano poco raccomandabili, quanto al lascito della bici. Tutto il mondo è paese. Ma il mondo allora era più piccolo e, spesso, la bicicletta non si chiudeva o c'era una chiusura di dotazione che si apriva con una semplice forcina. Chi aveva bisogno se ne serviva e poi la ritrovavi appoggiata da qualche parte, il cavalletto essendo un accessorio introdotto più di recente e, semmai, per le bici da donna. Oggi questo bike sharing rudimentale e antesignano è stato codificato: via via le fregano uguale, ma tutto è più organizzato. Eppure gli italiani, brava gente, dopo "Ladri di biciclette" di De Sica, con la fine del neorealismo, avevano smesso. E vabbè, anzi no. Mi dispiace per la bicicletta, era la mia bicicletta. E ora chissà dove e chi ci pedalerà, come la tratteranno. Maledetti, che vi venga il bruciaculo o la prostatite ogni volta che montate in sella!

In conclusione i governanti ruberanno pure con le tasse, ma anche il popolo, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, eccetera, non scherza affatto con le biciclette. Perché tutti gli uomini nascono liberi e uguali, sono dotati di ragione e di coscienza e tutti, nessuno escluso, possono aver fregato la mia bicicletta. Po' po' di stronzi!

Pontedera, 11 giugno 2017

Libero Venturi

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