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lunedì 18 dicembre 2017

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: Tempo & senso

di Libero Venturi - domenica 25 giugno 2017 ore 08:05

Marcel Proust con il suo capolavoro letterario, ci conduceva "À la recherche du temps perdu". Per molto tempo anch’io sono andato a letto presto la sera, poi ci sono stati vita, amori e società, ma tutto finisce nel tempo. Tempo perduto, tempo ritrovato? Alla fine non saprei. Alla ricerca del tempo perduto, si perde dell'altro tempo. E quel che è peggio se ne fa perdere. E finché si perde il nostro, di tempo, passi: il tempo comunque consiste nel suo passaggio, ma non so se abbiamo il diritto di sprecare il tempo degli altri. O delle altre. Ad esempio con la lettura di queste segate.

Il tempo si divide in libero e occupato. Occupato da varie cose, in genere si intende dal lavoro. A volte anche dall'amore che però si fa bene anche nel tempo libero. Anzi, meglio. Quest'ultimo tende a dilatarsi: quest'ultimo, inteso assai più come tempo libero e assai meno come amore. E non so se per l’effetto sfavorevole di un’inclinazione spazio/temporale o per il calo dell'occupazione oppure in virtù dell’invecchiamento e relativo conseguimento della pensione. La pensione, certo, è direttamente proporzionale alla produzione del tempo libero e suoi derivati. Fra i quali si conoscono: notevole sfavamento, forte giramento di coglioni e puntuale osservazione, con gli altri pensionati, dell'andamento dei lavori pubblici, sopratutto di manutenzione ordinaria, ma anche straordinaria. Poi, nell'ordine, scrittura di memorie e ricordanze varie e, più raramente, lettura. Ma un altro effetto, derivato dello stato di avanzamento del tempo, è il tasso d'incremento del suo spreco: più tempo libero hai e più ne perdi. È matematico. E comunque più che il tempo perduto andrebbe ricercato il senso perduto. È importante la ricerca di senso per tutti noi.

Il senso della vita per esempio: che senso ha? Difficile dirlo. Se il senso è inteso come direzione, tutti lo sappiamo e facciamo finta di niente: va dalla nascita alla morte. Possiamo toccarci e soprattutto prendere tempo, ma è così. E tutti ne siamo atterriti. Ma non annichiliti, perché in questo caso c'è una relazione tra prendere tempo e assumere senso. Perché nel tempo fra il nascere e il morire c'è di mezzo la vita, la nostra e quella delle persone che ci circondano, che ci vogliono bene, che ci amano. C'è di mezzo l'amore che non è tutto, anzi nulla alle volte, ma aiuta parecchio. C'è la vita dei nostri figli, così che prima di andarcene, se tutto va come deve andare, lasciamo altra vita dopo di noi. Cioè, come si dice, non è tanto la meta che conta, dove si va, quanto il viaggio. Anche se c'è differenza tra Toiano delle Brota e Venezia. Ma pure Toiano, il suo bel fascino di paese fantasma ce l'ha. E un po’ dipende anche con chi si va. Comunque in questo viaggiare, che si chiama esistere, risiede il senso della vita. Se i giovani per motivi vari, in gran parte giusti, ma anche sbagliati, ritengono di non darsi un futuro e si limitano a sentirsi loro un futuro, oltretutto malandato e forse peggiore del passato, allora il loro essere futuro è già passato. Perché è qui e ora e invece il futuro deve essere più in là, più avanti. E questo rappresenta per loro e per tutti noi una grave perdita di senso. Una società che invecchia può dilatare il presente finché può o vuole ed è bene che la scienza ci faccia campare più a lungo possibile e possibilmente bene rispetto al passato. Ma alla fine una società di vecchi sarà sempre una società che muore. E muore proprio perché in questo caso non vale ciò che si è detto per il tempo preso per vivere, che ci ha fatto assumere il senso di esistere: in questo caso il tempo, che abbiamo preso per invecchiare più a lungo e basta, ci ha fatto perdere il senso della vita e del suo futuro.

E poi c'è il senso della società. E qui è un casino vero. Perché una perdita di senso che si avverte in Italia è la perdita di senso della comunità: non pensiamo più, semmai l'abbiamo pensato, di essere in qualche modo un sistema/paese, di poter far parte di una dimensione europea e mondiale da cui, anzi, ci sentiamo solo spaventati o minacciati. Di fatto inferiori, persone semplici, incapaci di fronteggiare la complessità. E più il mondo prende una direzione ampia, più il nostro senso sociale si restringe a difesa della nostra intoccabile identità, del nostro sacro territorio, della nostra presunta razza. Perfino della nostra mortadella, che noi si chiama melone. A difesa della nostra difesa. Il senso della politica è il primo a venire meno e poi anche quello dello Stato, della cosa pubblica, capitola. La politica ci appare solo un imbroglio e lo Stato solo una fregatura. Perché è vero che la politica è anche un imbroglio e lo Stato anche una fregatura, perfino l'amore può esserlo, ma senza politica non si dà un governo di nessun Paese e senza lo Stato non c'è nemmeno un Paese: solo popolazioni, poteri e capipopolo. E senza l'amore solo sesso solitario: l’effetto, più o meno è lo stesso, ma molto meno partecipativo. Infine decade anche il senso del progresso, l'idea e la speranza che si possa progredire e non solo a livello socio economico, assecondando un percorso di equità, ma nemmeno a livello scientifico e tecnologico, utilizzando scoperte e nuovi saperi. Niente di tutto questo ha più senso: sono tutte parole, balle. Siamo individui soli, con pochi amici reali -magari molti, troppi, virtuali- con la nostra famiglia, chi ce l'ha, nella nostra casa, chi ce l'ha. Soli con Premium e Sky, sempre chi ce l'ha, con Bruno Vespa e i programmi in chiaro che abbiamo tutti. Che culo! Questo è tutto ciò che resta. E intorno a noi nessuna reale connessione di senso. Non conosciamo o non riconosciamo più il nostro significato sociale.

Per fortuna, anche se lo diamo ormai per acquisito, c'è il senso del pollice opponibile, la cui conquista ha rappresentato una tappa decisiva nel percorso di evoluzione della specie umana, che ci ha distinto dagli altri primati da cui abbiamo progressivamente preso distanza. Con il pollice opponibile, forse ci si arrampicava peggio sugli alberi, in compenso però la nostra manualità migliorava assai per operazioni delicate e sempre più complesse che soltanto oggi comprendiamo appieno. E non solo schioccare le dita, utilizzare utensili o commettere atti impuri, specie i maschi. Negli anni sessanta il saluto di Fonzie con i pollici eretti, tanto per fare un esempio. Ma il pollice opponibile trova il suo vero significato, la sua piena applicazione e quindi il suo senso compiuto, nell'informatica odierna. Infatti, quando chattiamo e scriviamo messaggi sui cellulari usiamo con sempre più capacità, velocità e disinvoltura, anche in pubblico, il dito pollice opponibile per digitare. E i più bravi ed evoluti, tutti e due i pollici. Così si seleziona la specie: Charles Darwin aveva perfettamente ragione.

E come non parlare del senso del fioretto? La federazione internazionale si chiama FIE, che ha già il suo senso. Perché è nata in Francia nel 1913, come Federation Internationale d'Escrime e infatti il linguaggio ufficiale dei giudici è in francese: en garde, pret, allez, halte, arret, eccetera. In Italia si chiama FIS, Federazione Italiana Scherma, forse perché FIE pareva brutto o sconveniente.

Dunque il fioretto è un'arma convenzionale, si dice così, non chiedetemi perché. È leggera, elegante, può colpire solo di punta e solo nella zona circoscritta dal giubbetto conduttivo che ricopre il tronco. Se no è bersaglio non valido. Gli atleti sono elettrizzati, sia in quanto emozionati per la competizione, sia perché corpetto e arma sono collegati alla corrente. Così, quando uno tocca l'avversario con l’arma, si accende una luce verde o rossa, a seconda della postazione. Luce bianca per entrambi, se la stoccata è in bersaglio non valido. In genere vince, nel singolo, chi arriva prima a 15 stoccate.

Bene. La gara si svolge con assalti continui di entrambi i contendenti, le luci verde e rossa si accendono spesso in simultanea e non ci si capisce una beata mazza. Anche il telecronista balbetta qualche ipotesi e l'unica cosa che urla con certezza è "parità!" quando il punteggio è pari. Che quello, grazie, si capiva anche da noi. Allora rimandano la sequenza al rallentatore, ma non si capisce nemmeno da quella chi attacca, chi tocca, chi para e contrattacca. Niente. Comunque, da tempo, nel regolamento internazionale hanno introdotto una specie di Var (Video Assistant Referee) quella che, da anni, vogliono inserire anche nel calcio. Così il duellante che non è convinto della decisione arbitrale chiede la verifica del monitor. Il giudice guarda le immagini al rallenty e torna alla pedana, dove, con gesti simili a quelli delle hostess in aereo -quando ti spiegano, con il linguaggio dei segni, cosa devi fare se l’aereo precipita- ricostruisce la sequenza e conferma oppure cambia il pronunciamento, esprimendosi in francese. E se sei contento bene se no t'attacchi e lo mandi affanculo, usando un francesismo o anche non in francese, però fra te e te, senza farti sentire se no ti ammonisce con un cartellino giallo e se commetti un'altra scorrettezza estrae il rosso ed è un punto perso. Si tratta sempre e comunque di sport cavallereschi e occorre mantenere un certo stile. Bisogna anche dire che gran parte dell'incontro passa per il cambio del fioretto, la richiesta dell’atleta di poter raddrizzare l'arma, togliersi di continuo la maschera protettiva -ottenuto il permesso del giudice o anche no- e scaramanzie varie. Se si spezza l'arma, si può cambiare. Ma come?! D'Artagnan e i tre moschettieri non facevano così. Insomma è tutto molto avvincente, ma alla fine vince chi vince, chi gli si accende per la quindicesima volta la luce e il colpo viene convalidato. Il senso del fioretto sfugge ai più, almeno a me che però continuo a guardare affascinato la tivvù, come fosse un film di cappa e spada.

A proposito, fra le armi bianche, la spada è più tecnica e pratica del fioretto. È un po' più pesante, colpisce sempre di punta, ma in tutto il corpo, testa compresa. Perfino nel piede che, quando riesce, è una ganzata. Si capisce già di più. Forte e dinamica è anche la sciabola, arma leggermente curvata con l'elsa dell'impugnatura a protezione della mano, che può colpire non solo di punta, ma anche di taglio, a frusta per intendersi. Però i colpi sono limitati alla parte superiore del corpo, torso, testa, braccia, mani escluse. Le sequenze di gara per spada e sciabola sono, più o meno, le stesse del fioretto, solo l’arbitro non ferma l’incontro in caso di bersaglio non valido e al rallentatore si capisce meglio perché il filo dell'arma è più consistente. Si potrebbe introdurre anche la scimitarra e organizzare tornei tra cristiani e saraceni, ma senza tanti fronzoli: al primo sangue. In linea con il senso barbaro dei tempi. Gli italiani comunque sono bravi nella scherma e portano a casa più medaglie che negli altri sport. E pure questo ha un senso.

Infine, senso di sicurezza e senso di solidarietà. Si parla tanto, in questo periodo, di modello securitario che si vorrebbe contrapposto al modello solidale di società. Sarebbe giusto che lo Stato possedesse il nostro DNA per contrastare il crimine, ad esempio? Chi invoca la sicurezza è decisamente favorevole, contrario chi propone la comunità solidale come risposta e rivendica la privacy. Già il Grande Fratello, Orwell. Oppure il Mondo Nuovo, Huxley. È singolare che letterature distopiche, proposte come antidoto per i regimi totalitari, sopratutto comunisti, oggi vengano richiamate come messa in guardia contro il controllo dei sistemi democratici, evidentemente non presunti tali. E si tema una proliferazione di “sbirri”, altrimenti definiti “forze dell’ordine”, evidentemente non considerate tali. La disputa non mi appassiona. Intanto perché faccio notare che lo Stato ha già informazioni sensibili che ci riguardano: identità, residenza, salute, eccetera. Se avesse anche il DNA cosa cambierebbe? Il problema mi pare piuttosto quello di regolare l’uso di questi dati. E regolare -con la democrazia se siamo democratici- lo Stato nelle sue varie accezioni, forze dell’ordine comprese: di cui però c’è necessità, specie per i più deboli, meno per i figli di papà. E poi perché penso che solidarietà e sicurezza sono due facce apparentemente contrapposte, ma appartenenti alla stessa medaglia: “contraria sunt complementa”. Non c’è senso di sicurezza senza la solidarietà e non c’è senso di solidarietà senza la sicurezza. Senza sicurezza ci sono solo violenza, paura e legittima difesa. Senza solidarietà ci sono solo ingiustizia, egoismo e sopraffazione. E se dominano ingiustizia, egoismo e sopraffazione prendono il sopravvento violenza, paura e legittima difesa. In un processo circolare, allo stesso tempo contraddittorio e giustificazionista. Ma è perché solidarietà e sicurezza devono marciare di pari passo in una comunità. Perché la comunità in sé non è né salvifica, né alienante. È che tipo di comunità siamo e costruiamo che fa la differenza. Ed è meglio essere solidali e sicuri perché una società che acquisisce il senso congiunto della solidarietà e della sicurezza è una società dove diritti e doveri sono indissolubili e complementari. Una società aperta e regolata. Più solidale e sicura: e viceversa. E con tutto questo cosa c’entra il sangue? Evocare la nascita di sangue, anziché di suolo, per determinare il diritto di cittadinanza, oltretutto di bambini, mi pare solamente un mostruoso, crudele e cruento retaggio di barbarie. Anche perché quale sarebbe la differenza di sangue? Lasciamolo in pace, il sangue: se ne sparge già troppo sulla Terra.

Libero Venturi

Pontedera, Giugno 2017

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Chiedo scusa agli schermidori e in particolare a Salvatore Sanzo -campione mondiale e olimpionico di fioretto e molto altro- che conosco e stimo, per le mie spiritosaggini, gratuite e insulse. Mi sono servite per alleggerire il testo, oltretutto senza esserci riuscìto.

Libero Venturi

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