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Venerdì 05 Giugno 2026

PSICO-COSE — il Blog di Federica Giusti

Federica Giusti

Laureata in Psicologia nel 2009, si specializza in Psicoterapia Sistemico-Relazionale nel 2016 presso il CSAPR di Prato e dal 2011 lavora come libera professionista. Curiosa e interessata a ciò che le accade intorno, ha da sempre la passione della narrazione da una parte, e della lettura dall’altra. Si definisce amante del mare, delle passeggiate, degli animali… e, ovviamente, della psicologia!

​Il mito della madre leonessa

di Federica Giusti - Venerdì 05 Giugno 2026 ore 08:00

Ho recentemente concluso un corso di aggiornamento professionale sul ruolo della madre, e vorrei condividere con voi alcune riflessioni, che grazie alla collega docente del corso Laura Pigozzi, mi hanno colpito e incuriosito.

Una di queste riguarda il mito della madre leonessa, esteso al bisogno – davvero così necessario?!?! - di paragonare la donna alle femmine delle varie specie animali. Ci sono un sacco di video sui social che riprendono madri di vari mammiferi che si comportano in un determinato modo con i loro cuccioli, e vengono utilizzate per sostenere lo stesso tipo di comportamento anche negli esseri umani. La mamma orso dorme con il suo piccolo quindi anche la mamma umana dovrebbe farlo. Ma perché? È una visone parziale della storia. Come se qualcuno pubblicasse l’immagine della mamma criceto che mangia un suo cucciolo e ci scrivessimo “la natura ci ha create così, perché non assecondarla?”. Sarebbe folle non trovate?!

Quando usiamo il parallelismo solo parziale, allo scopo di tirare acqua al nostro mulino, rischiamo di inciampare in grandi voragini! Gli animali e l’essere umano possono essere assimilatati per alcuni aspetti, soprattutto biologici, ma non dal punto di vista emotivo e di sviluppo cognitivo, affettivo e relazionale.

Ecco il mito della madre leonessa, che si percepisce come madre-solo-madre, per citare la Pigozzi, madre esclusivamente biologica, che deve far emergere l’animale che è in lei cercando un contatto pelle a pelle costante, un allattamento perpetuo e potenzialmente infinito, un contatto costante con il corpo del bambino anche durante il sonno, insomma una madre che non vede il figlio come Altro-da-sè, ma lo fagocita nella sua visione del mondo. E questo non vuole essere un giudizio, anzi, ma uno spunto di riflessione. So benissimo che questa è l’immagine di madre che spesso viene restituita anche nei corsi preparto e nei reparti di ostetricia, perché corrisponde ad un modello arcaico di madre molto ben inserito nel nostro tessuto sociale.

La letteratura psicologica (onde evitare polemiche basta leggere Freud, Lacan, Pigozzi, Recalcati, Pellai per trovare riferimenti) ci dice che l’assenza della madre più che il suo ipercontrollo permette al bambino di svilupparsi e crescere in maniera sana, grazie alla rassicurazione che deriva dal sapere che la madre torna (ma per tornare va da sé che debba andare via) e dall’imparare a tollerare la frustrazione (come delineato in un articolo di qualche settimana fa). Se questo non avviene, se non permettiamo alla madre, alla donna direi, di essere non-solo-madre (Pigozzi), non permettiamo nemmeno al figlio di percepirsi come individuo a sé. E questo potrebbe dar luogo a una serie di dinamiche potenzialmente dannose.

La madre leonessa non può essere l’unica forma di madre possibile, perché è una madre che si è annullata nell’altro, si è fusa con l’altro.

Ognuna, come dico sempre anche alle mie pazienti, è libera di vivere la propria maternità come vuole, ma credo sia necessario fare un po' di chiarezza rispetto ai limiti e alle possibili crepe che alcuni modelli “mitologici” hanno.

Sarei davvero curiosa di sapere cosa ne pensate!

Federica Giusti

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