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Giovedì 22 Gennaio 2026

SORRIDENDO — il Blog di Nicola Belcari

Nicola Belcari

Ex prof. di Lettere e di Storia dell’arte, ex bibliotecario; ex giovane, ex sano come un pesce; dilettante di pittura e composizione artistica, giocatore di dama, con la passione per gli scacchi; amante della parola scritta

Uno solo al comando?

di Nicola Belcari - Mercoledì 21 Gennaio 2026 ore 08:00

La parola -ripugnante- per stigmatizzare la prepotenza di chi vuole la guerra è stata usata in un discorso, di bilancio di fine anno e prospettive per quello a venire, che mette tutti (e quindi nessuno?) d’accordo. L’aggettivo (o participio presente) si addice a una persona mentre dovrebbe essere rivolto a uno Stato. Se lo Stato è personificato in un individuo ciò, che è inaccettabile ma comprensibile in una tirannide, non si spiega in una democrazia. Come può un solo individuo decidere per milioni di cittadini? Come si può pensare che un altro al suo posto farebbe cose del tutto diverse? Questa idea balzana è sdoganata anche per le democrazie? Un partito è quello del capo? Uno Stato è quello di quel Presidente. Non è questo il funzionamento ideale di una democrazia. Può un mandato elettorale comportare un simile arbitrio?

Se così fosse è il fallimento degli organismi di rappresentanza. Uno non vale uno, come ci è stato spiegato, ma nemmeno va bene che uno valga tutti. Però è ormai “normale” tanto è diffusa questa che è una mitizzazione del capo, l’individuo eccezionale che decide per tutti, una soluzione alla lentezza e agli inciampi delle democrazie. Nella speranza che un giorno non sbatta la testa e perda il cervello.

Ripugnante tra tutti gli aggettivi che potevano esprimere condanna, odio, ribrezzo, alla lettera significa pugnare, cioè combattere, contro. Si resta sul piano della guerra, guerra alla guerra, e con la sottesa individuazione di un (unico?) responsabile. Anche nel discorso più neutro possibile (una volta appannaggio del Papa), che ha la memoria dell’acqua, s’insinua non voluto (o voluto?) il riferimento alla lotta.

La lusinga di essere Italiani che ci viene rivolta col “siamo stati bravi” (chi?) fino a oggi (o ieri?) non raggiunge l’animo nel profondo.

L’elogio unanime dei partiti potrà ingannare ed essere scambiato dall’oratore che lo riceve per un plauso sincero? Il beneficiato non è certo uno sprovveduto. Il bilancino per non riuscire sgradito agli opposti schieramenti deve funzionare anche solo apparentemente. Il suo contenuto però non è vicino al nostro sentire, non al nostro sgomento, non condivide le nostre paure e nemmeno le nostre speranze, ché così sono vane, astratte o generiche.

Una speranza senza le fondamenta.

Nicola Belcari

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