The whale (seconda parte)
di Marco Celati - Domenica 30 Agosto 2026 ore 08:36

Riassunto della prima parte
La lettera ad un’amica lontana. Una fuga dagli eventi e da sé fino a Nantucket ed oltre. A Tuktoyaktuk, in Canada, con Malik. L’imbarco per la caccia alla balena nel Mare Artico. In viaggio la notizia della morte del padre.
Non ricordo quanto tempo trascorsi a Tuktoyaktuk. Un giorno Malik, in giugno, quando il clima lo consentiva, mi disse che doveva andare a trovare sua sorella Sesi, che nella lingua degli Inuit vuol dire “neve”, e mi propose di andare con lui. Sesi stava a Qeqertarsuaq, una città di poco più di mille abitanti, sulla costa ovest della Groenlandia. Accettai con entusiasmo, era quella da sempre la meta per me. Il profondo nord. Con pochi bagagli nello zaino, andammo a Inuvik, centocinquanta chilometri da Tuktoyaktuk. Era prestissimo. C’era un aeroporto con voli privati. Quando vidi l’elicottero chiesi: It’s safe? La risposta fu: Enough. Come abbastanza! È sicuro o no? E lui, serafico: Sometimes they fall. A volte cadono! Allora gli domandai se ci fossero linee più sicure. Mi disse che sì, c’erano, ma bisognava andare a Toronto, tornare sulla costa opposta, attraversando il Canada: altri tre giorni e passa di viaggio, come all’andata. Poi mi rassicurò dicendo che l’elicottero era un Augusta, di produzione italiana, acquistato a buon prezzo dall’aviazione militare americana, usato ma ben funzionante, e che conosceva bene pilota e assistente. Potevamo fidarci. Insomma se si cadeva eravamo dove ci piaceva essere, in un bel posto e in buona compagnia. Non necessariamente aerea.
Il volo durò un po’ più di dieci ore: facemmo scalo per rifornimento a Qaqortoq, città del sud della Groenlandia, e a Nuuk, la capitale. Diversi vuoti d’aria e venti contrari mi fecero trasalire, tenevo il cuore stretto e le ginocchia in posizione fetale, badando che non divenisse fecale. Gli altri erano tranquilli e distesi, bevevano, i veri uomini si riconoscono in queste circostanze. Scendemmo all’eliporto di Qeqertarsuaq, Sesi ci aspettava, baci, abbracci, strette di mano, e ci condusse in paese. Qeqertarsuaq significa “la grande isola” e si identifica infatti con l’Isola di Disko, una delle più grandi al mondo, a cento chilometri dalla terraferma. Qeqertarsuaq è situata sulla costa meridionale dell’Isola di Disko, nella baia omonima. Nei suoi pressi ci sono la vallata di Blaesedalen e il ghiacciaio Lygnmark. La città venne fondata nel 1773 e fu per lungo tempo un porto per la caccia alle balene. Una curiosità: la Groenlandia è una terra di ghiaccio, venti feroci, condizioni difficili e, nei lunghi mesi invernali, oscurità quasi perenne. Ma non è questa la curiosità. È che anche qui si gioca a calcio perché il calcio esiste e resiste a qualsiasi latitudine. A Qeqertarsuaq c’è un campo in erba artificiale sulla spiaggia e c’è pure un campionato di calcio groenlandese, l’unico giocato oltre il Circolo Polare Artico. Si svolge tutto in una settimana, a causa delle proibitive condizioni climatiche nel resto dell’anno. Qeqertarsuaq è stato anche Comune, fino a che una riforma non ha rivoluzionato il sistema di suddivisione interna nazionale e molti Comuni sono stati accorpati ad altri: l’Unione dei Comuni della Groenlandia che non si sciolgono, se non per il ghiaccio. L’Isola di Disko è in gran parte disabitata: un’isola di origine vulcanica, di montagne ghiacciate, di fiordi e di verde. Una meraviglia primordiale e atterrente, emersa dal suo mare gelido e pescoso.
Sesi era poco più che trentenne, un figlio piccolo, bella ragazza. Capelli neri, occhi a mandorla, una sottile linea verticale tatuata sotto il labbro inferiore, lungo il mento. Lavorava nel Centro Sociale del paese. Suo marito si era rovinato i polmoni dal troppo fumare, e la vita da chissà che altro. Non lavorava, beveva, era spesso ubriaco. Si era lasciato cadere in una depressione autodistruttiva. Diverse notti, finché il freddo glielo consentiva, restava fuori con i cani randagi a guardare il cielo e le stelle cadere. Diceva che così si possono esprimere desideri. Ma al cielo e alle stelle non interessa quello che speriamo noi. Una notte con il sole che non cadeva, si uccise, impiccato a una trave di casa. Fu un colpo duro per Sesi che aiutava i giovani del Centro a risolvere il loro disagio e aveva perso l’uomo che amava, senza riuscire a salvarlo dal proprio. Suo fratello Malik per questo veniva spesso a farle visita. I legami familiari per gli Inuit che restano, sono forti quanto la loro indipendenza.
Alloggiavamo da Sesi nella casa che faceva tutt’uno con il Centro Sociale. Il lutto, i digiuni, i silenzi erano stati osservati. La morte è solo un passaggio per gli Inuit e forse l’anima del marito aveva ormai ritrovato la sua purezza e raggiunto la pace. Ci trattenemmo abbastanza a lungo. Qui i ritmi della vita sono dettati non dal tempo cronologico delle ore, ma da quello delle stagioni. Un giorno che il clima consentiva la navigazione, Malik mi propose di andare con lui a pesca. Un suo amico gli prestava una lancia a motore, armata per la caccia, con pochi marinai al seguito. Partimmo presto, credo fosse un’alba, ma non posso dirlo con sicurezza, qui spesso albe e tramonti si confondono, ma solo per ragioni naturali. Il freddo era pungente, i ghiacci galleggiavano intorno. Al largo, bianchissimi, apparvero i Beluga, avanzavano al salto nel mare tra l’azzurro e il verde, di un colore incerto, irreale, come quello di un palazzo di Pontedera dove un tempo avevo abitato. Cominciò l’inseguimento, Malik comandò la lancia che si accostò al branco. Io dovevo colpire. È una femmina -non sapevo come o da cosa l’avesse capito- spara, arpioniamola, gridò! Puntai il Beluga che fendeva l’acqua di fianco alla barca. Fuggiva, ma improvvisamente emerse e mi parlò. Sì, mi parlò e il suono era acuto come gli stridi del canarino. La sua voce imitava la mia. Mi diceva, che fai, piccolo predatore, cosa vuoi da me, non sai chi sono? Puoi non fare del male? Puoi tu non credermi sorella? Il suo occhio mi fissava. E allora capii. Era il mio stesso occhio, il Beluga ero io. Il suo cuore era il mio. Non farete mai centro, la bestia che cercate, voi ci siete dentro. Chiunque l’avesse detto, era vero! Ero io, animale fra gli animali, più bestia dell’innocente Beluga. Era me che cacciavo e cercavo. Now! Ora, urlò Malik. Sparai. L’arpione esplosivo colpì l’animale, sentii il dolore e la lacerazione delle carni, la spossatezza del trascinamento, la comprensione della morte. Il mare si tinse di sangue. Bella bestia, disse Malik, sui quattro metri, saranno quasi mille chili, vuol dire cibo per molti giorni, andrà con i merluzzi, i salmerini e la carne di caribù, di qualche oca selvatica e coniglio bianco. Tutto affumicato e stivato nella ghiacciaia scavata nel permafrost.
Malik fece ritorno a Tuk, io restai. Non avrei più pescato e cacciato in vita mia. Solo wildlife photography, caccia fotografica,le foto le raccoglie e le cataloga Sesi nel computer. Io rimasi ad aiutarla al Centro Sociale. Sesi mi piaceva. E speravo di piacerle. Con una parte del lascito paterno ho restaurato il Centro Sociale, dotandolo di una biblioteca e di un piccolo ristorante. L’abbiamo ridipinto di verde e ribattezzato “The green house”. Sopra la porta c’è scritto in inuktut, la lingua Inuit, "Una angirrarigattigu”, che sembra sardo, ma non è e vuol dire: “Questa è la nostra casa”. Io mi sono preso una casa rossa, poco lontano. Qui le case sono tutte colorate. Un tempo erano blu per i pescatori, gialle per gli ospedali e i medici, verdi o nere per i servizi o le stazioni di comunicazione. Il rosso era inizialmente per le scuole e le chiese, ma oggi è molto diffuso e i colori non hanno più il significato originario. Tuttavia, le persone continuano a dipingere le loro case con colori vivaci e tutte le città della Groenlandia sono colorate come in passato.
Sesi è simpatica. È bella nella sua pelliccia con il cappuccio e anche senza. Stiamo insieme ancora. Facciamo ancora l’amore. Ancora lavoriamo. Ricordo quando la sera io avevo voglia di dormire da me e lei con il figlio, che è stato anche il mio. Si chiama Inuk che significa “uomo”, essere umano” ed è il singolare di Inuit che vuol dire “uomini”, “persone”, “popolo”. I figli qua crescono in fretta, restano legati alla famiglia e alla comunità, ma vanno presto da sé. E allora si vedrà, dicevamo. Inuk ha fatto le scuole di base a Qeqertarsuak e per le superiori è andato a Aasiaat, sulla terraferma, ospite di sua zia, sorella di Sesi. Ha preso il diploma e ora sta a Tasiilak nella parte orientale della Groenlandia e fa la guida e l’interprete per un esploratore italiano che assiste i giovani e porta i turisti a scoprire le bellezze del Paese. Così siamo rimasti Sesi ed io e mi è piaciuto restare qui e invecchiare. Elencare con lei i vari nomi che gli Inuit danno al ghiaccio e alla neve, prima di addormentarci, mentre fuori nevica a vento, i cani da slitta riposano al riparo e la temperatura scende trenta gradi sotto lo zero.
Il vecchio Makittuq al Centro Sociale sostiene che quelli di Greenpeace sono “signori bene”, che non distinguono. Noi nativi, dice, eravamo qui prima che veniste a imporre il vostro dominio disperdendoci, come avete fatto portando la vostra presunta civiltà che ci ha perseguitati. Noi qui stiamo ancora. Di questo viviamo e di questo moriamo. Cacciamo ancora la balena, non ignoriamo il suo canto e lamento armonioso, anzi la ringraziamo, perché serve a nutrirci e riconoscerci. La pesca è contingentata, non commerciale. E mentre il vecchio Inuit parlava pensavo alle tante cose che si possono capire, se non comprendere. Ogni tanto mi viene a mente l’Italia lontana, ma quando indico ad est, di là da terre e da mari, la mia patria invisibile e vera, mi torna in mente una vecchia canzone anarchica che faceva: "Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà ed un pensiero, un pensiero ribelle in cuor ci sta". Sono rimasto in Groenlandia, la più grande isola al mondo, la terra verde prima della glaciazione, che ora sarebbe meglio, per lei e per noi, rimanesse di ghiaccio. Ma non sarà così, in tempi di global warming, rivelerà le sue terre rare, le segrete ricchezze giacenti sotto il permafrost e i ghiacci che si sciolgono. E io ne ho visti imponenti ghiacciai frantumarsi in mare e grandi iceberg veleggiare verso sud, seguendo le correnti oceaniche.
La Terra gira da ovest ad est: a vederla da sopra il Polo in senso antiorario. Più ci si avvicina all’estremo nord, meno è facile regolarsi con le ore ed il tempo. E non solo quello meteorologico. Al Polo ventiquattro meridiani si concentrano in un punto, il Sole sorge e tramonta una sola volta l’anno. Sorge a primavera e tramonta in autunno. Così ci sono un lungo giorno di sei mesi e una lunga notte per gli altri sei e il tempo sembra annullarsi. Comunque nella maggior parte della Terra, sempre per effetto del Sole e della rotazione, l’alba si sposta da oriente a occidente, viene prima in Europa che in America. Sarà per questo che da noi, in Groenlandia, le notizie girano dopo? Eppure sembra che tutto abbia inizio da questa parte occidentale del mondo e che il mondo sia il gioco di un clown, un vecchio americano che ha perso il controllo e l’orrore di sé che invece si dovrebbero avere, ben custoditi da freni inibitori. Si pavoneggia come un gallo cedrone, oltretutto con la bocca a culo di gallina e quando dice, baciatemi il culo, non si capisce dove vuole essere baciato. Lui vorrebbe comprarci. Qualcuno spero gli dica che non siamo in vendita e vogliamo essere padroni del nostro destino, capitani della nostra anima. Ma chissà come andrà.
La Groenlandia è una provincia autonoma della Danimarca, ma tutti la vogliono e pretendono il controllo delle rotte che con il disgelo si apriranno nel Mare Artico. America, Russia, Cina e chissà chi altro. Alla fine sarebbe quasi meglio l’Europa, la patria della più grande invenzione offerta al mondo, dopo la democrazia: lo Stato Sociale. Che è ciò che occorre anche a noi. Ma sembra che l’Europa sia disposta alla decadenza, e di decadenza subita qua se ne intendono e ne hanno abbastanza. Bisognerebbe che quando il gallo cedrone, sempre quello del “kiss my ass”, minaccia l’Europa e recrimina, una voce autorevole si levasse per tutti e gli dicesse: “Makitika’a! Tika’oio?”. Che sembra lingua Inuit, ma non è. E, già che ci siamo, sfanculasse anche il piccolo zar di tutte le Russie, che nel più ci sta il meno. Scusa lo sfogo volgare, amica mia. Ripasso il vernacolo toscano che manca a questa lingua impronunciabile del nord. I Groenlandesi e gli Inuit, i nativi decimati che restano, reclamano la propria terra e io sto con loro. Accanto alle stazioni scientifiche, ci sono miniere abbandonate, postazioni militari, antenne e parabole per comunicazioni e intercettazioni verso ogni dove. E case colorate, anche vuote, senza strade nel mezzo e gli Inuit che declinano. E io sto con gli Inuit, "le persone". Come con i palestinesi e tutti quelli cacciati dal mondo.
Sono passati tanti anni e alla fine eccomi qui, un giovane antico, un vecchio estremista nel continente estremo, dove le notti polari durano giorni o mesi e ci offrono lo stupefacente sgomento delle aurore boreali e il chiarore blu rosa dei crepuscoli artici e dove per mesi o per giorni il Sole non tramonta, nemmeno a mezzanotte. La stella polare sopra di noi e dentro di noi, o chissàddove, la legge morale. Qui, con gli occhiali scuri per l’albedo, il riverbero del ghiaccio che ci stringe gli occhi, e le case che colorano il grigio. Fuori da ogni rotta e ritmo circadiano. Cerco di non deprimermi, di non essere solo. Sto con Sesi. Per il resto ho di che vivere e sono, se non felice, sereno. In vita ho già ucciso me stesso e ne ho tratto giovamento. Ti chiedo scusa per tante cose che sai e infine per la lunghezza, dovuta agli anni passati della vita e del mondo, di questa mia lettera, che spero ti trovi e ti trovi in salute. E mi auguro che la tua vita sia stata una buona vita. Se volessi rispondermi, in calce ti lascio il mio indirizzo. Il cellulare no, ne ho uno antiquato che uso sempre meno e detesto i social. E poi queste cose al telefono o su un tablet non va bene dirsele. Preferisco le lettere e l’antica, prolissa scrittura del novecento e ti scrivo da questa lontananza incolmabile, accludendo alla lettera la foto di un Beluga, la mia balena bianca. E con questo è tutto, più o meno, e alla fine non mi resta che salutarti. So long, mia cara. Abbi cura di te.
Tuo, Ismaele
Fermo posta: “The Green House”, Qeqertarsuaq, Isola di Disko, Groenlandia

P.S. Bene. Ridendo e scherzando siamo arrivati alla fine della lettera, del racconto e del mondo. Ismaele -Dio ascolta- è il protagonista di “Moby Dik”. È l’unico superstite che si salva, dopo l’affondamento del Pequod, dentro la bara galleggiante di Queequeg, un nativo polinesiano, coperto di tatuaggi, proveniente dall'isola immaginaria di Rokovoko. Quella “non segnata su nessuna mappa” perché “i luoghi veri non lo sono mai”. La domanda “puoi tu non credermi sorella?” è una citazione dalla poesia “L’anguilla” di Montale e che siamo dentro la bestia lo scrive Caproni in “Saggia apostrofe a tutti i caccianti”. La frase “padroni del nostro destino e capitani della nostra anima” è tratta dalla poesia “Invictus” di William Ernest Henley, quella che sostenne Mandela, durante la prigionia. Non so se in Groenlandia esiste una Green House, come quella descritta nel racconto. Esiste invece a Tasiilaq "The Red House", fondata da Robert Peroni, scrittore e esploratore italiano, che supporta la comunità Inuit, assiste i giovani in difficoltà, ospita e segue i turisti delle spedizioni nordiche. Sull'ingresso della casa c’è scritto: "Noi qui siamo a casa loro".
Questa lettera è stata scritta qualche tempo fa. Non dirò quando, né niente della signora a cui è indirizzata che mi ha restituito l’originale perché ne facessi un racconto. Con le inesattezze o gli errori di cui mi scuso, spero di esserci riuscito. Comunque sia e per quel che vale, oltre alla lettera di "Ismaele", ispirata a “Moby-Dick” di Herman Melville, il racconto deve molto ai film “Moby Dick, la balena bianca” di John Huston con Gregory Peck e Orson Welles, “Heart of the sea” di Ron Howard e “Il senso di Smilla per la neve” di Bille August. Senza prendersi troppo sul serio, è rispettosamente dedicato a nostra madre natura, a chi resiste e cambia e a tutti coloro che cercano altro. Buon viaggio e buona fortuna.
Marco Celati
Pontedera, 30 Agosto 2026
_______________________
Qeqertarsuaq, isola di Disko
https://share.google/LxV87YkS58JqQBjuz
Marco Celati









