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lunedì 22 luglio 2019

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

Trasloco

di Libero Venturi - domenica 21 aprile 2019 ore 07:30

Questa sera su Pontedera c’è un cielo azzurro terso e una piccola falce di luna. Sono tornato di casa in un posto che a primavera nevica. “Sono tornato”, si dice così, come se nella casa dove vai ad abitare ci fossi già stato. Traslocare fa parte del cammino ininterrotto dell’umanità. Si fosse stati più fermi, si sarebbe penato meno, ma se l’homo sapiens non fosse andato a giro per il mondo, addio evoluzione! E anch’io, alle soglie dei settanta, continuo ad evolvere, mettiamola così. Comunque, una faticaccia! Trasloco viene dal prefisso latino trans “al di là, attraverso, oltre” e locus, “luogo”. Invece la neve a primavera viene dalla lanugine dei pioppi. Sono le “manine di primavera” di Amarcord di Fellini e Nino Rota. Durante la fioritura i pioppi imbiancano e i “pappi”, portati dal vento entrano dappertutto, terrazzo, casa, sotto forma di piccoli fiocchi sferici biancastri, pallini lanosi e appiccicosi. Il mio amico Marco Celati, che è un poeta mancato, seppur di parecchio, ne sarebbe contento. Io, insomma, più prosastico, così così. La natura fa il suo corso, ma è un discreto rompimento di coglioni, diciamo la verità. O meglio non si capisce perché fra tutti gli alberi al mondo, sempreverdi o caduchi che siano, proprio i pioppi impallinatori hanno piantato su questa piazza antistante le case. E va già bene non essere allergici al polline primaverile, se no verrebbe da segarle nottetempo queste sacre, antiche piante, frondute e impollinatrici. Che forse però erano già in loco prima di noi e siamo noi tornati qui, antistanti a loro. Di là dall’argine dell’Era ce ne sono altri, pioppi, belli e grandi. Le pioppete, o i pioppeti che dir si voglia, sono un classico, vicino ai fiumi, nelle aree golenali. I pioppi dal tronco chiaro striato, le tremule foglie, sensibili al vento, svettano alti e dritti, hanno un legno elastico, ci si fa la carta per tanti, troppi, scrittori, anche quelli della domenica. È la natura, non sempre benigna.

Nel frattempo, nel nuovo appartamento non mi attaccano la luce. Oggi tutto è informatizzato, anche il contatore. Il sistema, chissà perché, forse un problema di archiviazione, non trova il numero identificativo del cliente. Che poi sarei io, in carne e ossa con il mio contatore informatizzato nel sottoscala che però non trasmette più tutti i dati numerici: il display “sfarfalla”, come si dice in gergo. Probabilmente anche per questo il programma non mi riconosce: così la mia esistenza reale è perfettamente inutile perché non confermata dal programma informatico. Sono un essere vivente inesistente perché la mia realtà fattuale è negata da quella virtuale. E questa cosa dura da una settimana. Si faceva prima, prima, con i vecchi sistemi. L’intelligenza artificiale è ancora ai primordi e già comincia a far danni. E sì non dovrebbe. È vero che il termine “robot”, non nasce sotto buoni auspici: fu coniato nel 1921 da uno scrittore polacco, Karel Capec, in un racconto che narra della rivolta di queste macchine intelligenti, contro gli uomini. Ma la robotica, l’intelligenza artificiale saranno importanti per il nostro progresso. Può darsi che in un futuro futuribile i robot umanoidi e intelligenti prenderanno sempre più coscienza di sé fino a porsi le nostre stesse domande sulla loro esistenza, sulla vita, sulla morte -da “Metropolis” a “Blade Runner”, passando per “2001 Odissea nello spazio” e “Matrix” e grazie ai racconti di Philip Dick- e ci soppianteranno. Ci toglieranno fatica, ma anche lavoro o ce ne daranno di nuovo. Comunque ci soccorreranno i tre principi della robotica enunciati da Asimov secondo cui un robot non può nuocere all’uomo creatore. Allora perché intanto, come prova di buona volontà e fiducia reciproca, l’intelligenza artificiale che regola il programma della rete elettrica non riconosce me e il mio contatore e smette di nuocermi? C’è già la natura con i pioppi lanosi a fare il suo corso.

Pensare che proprio da noi fu creato il primo computer. Nel 1954 Pisa, Lucca e Livorno misero a disposizione dell’Università pisana 150 milioni di lire per un progetto di ricerca scientifica. Per l’epoca era tanto: più dei 77.468,53 euro, oggi corrispondenti. Tra il 1954 e il 1957 era stata realizzata, presso l’Università di Pisa, la “Macchina ridotta”, un calcolatore con un solo kilobyte -oggi un cellulare ne ha minimo 16 milioni- che faceva addizioni e moltiplicazioni. Magari ne faceva parecchie in un solo secondo e non sbagliava nemmeno. Il premio Nobel Enrico Fermi da quel prototipo, che per economizzare venne smontato, realizzò quello che può definirsi il primo computer italiano: un elaboratore elettronico che chiamò CEP. Che voleva dire Calcolatrice Elettronica Pisana. Detta anche “Aritmometro”, era una specie di armadio quattro stagioni intelligente, tipo Macchina di Turing, aveva 16 kilobyte di memoria e faceva operazioni matematiche complesse. Fu inaugurata nel 1961 e rimase attiva per circa sette anni. Tutto ciò nel 1969 dette impulso all’istituzione della Facoltà di Informatica. Il rettore Modica un volta disse che a Pisa mancarono un’azienda e una banca capaci di raccogliere quel progetto e la sfida che esso rappresentava. Così la CEP fu riposta nel Museo del Calcolo e nel 1962/63 a Pisa sorse invece il CEP che vuol dire Centro Edilizia Popolare, ma l’acronimo è lo stesso.Marco, I pisani prima di rimetterci qualcosa ci pensano due volte.

Sto inseguendo i miei pensiero quando, all’improvviso, arriva un moscone a portarmi novità. Che i mosconi portano novità lo diceva la mia nonna. Non è vero, ma ci credo. Squilla il cellulare. Signor Venturi, sono lieto darle una buona notizia: abbiamo rintracciato il suo numero identificativo utente e lei ha già la fornitura elettrica, buona giornata. Grazie, rispondo. Avete fatto bene a dirmelo mentre stavo “sbucciando” i fili della luce per appendere un applique, penso fra me e me. Meno male che qualche persona più accorta e intelligente del sottoscritto aveva abbassato l’interruttore generale nel sottoscala, se no dalla realtà fattuale a quella virtuale ci trapassavo anch’io, seduta stante. Il nuovo mondo informatico è così: sorprendente e pieno di insidie.

Comunque fiat lux, ho traslocato. Ma potrò finalmente dire hic manebimus optime? Non lo so. Qualcosa, il dovere, la passione, l’affetto o tutte e tre le cose insieme, mi dicono che questo, ennesimo, forse non sarà l’ultimo dei traslochi. Vedremo. Sono un traslocatore errante. “Fuggimi, ma altrove il luogo liberami”, diceva il Poeta. Sono andato errante come gli ebrei sefarditi della diaspora, cacciati dalla Spagna. E alla fine per restare sempre nella stessa città e dintorni. Chissà se il mio destino finale sarà questo o quello di una “illacrimata sepoltura” per cui dovrò ripetere “ingrata patria non avrai le mie ossa!”. Forse una casa sul colle mi attende e mi chiama. Chissà. D’altronde quando uno fa Libero di nome e Venturi di cognome, risponde solo e sempre alla libertà e in egual misura alla sorte, buona o cattiva che sia. Buona domenica e buona fortuna.

Libero Venturi

Pontedera, 21 Aprile 2019

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Il Poeta era Aldo Remorini. Inutile nel finale, anzi presuntuoso, citare Foscolo e Scipione l’Africano.

Oggi è Pasqua. Auguri ai lettori e agli errabondi traslocatori terrestri. Ma anche agli stanziali, che possono essere invidiati, ma non dimenticati. Si dice “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, perché il Natale è stanziale, la Pasqua no, in qualche modo è un trasloco celeste. È tempo di resurrezione, di primavera e di sgomberi. Insomma, Buona Pasqua a tutti. 

Libero Venturi

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